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attori o testimoni? 2° parte

 

protagonists or bystanders 2° part (see the english version after the italian version)

ARTURO RADINI (responsabile TFT) 09/03/2010

ATTORI O TESTIMONI 2° parte

 

Orecchiato qualche segno d’interesse da parte dei miei due o tre lettori, riprendo il filo delle considerazioni svolte nell’articolo precedente, e suscitate dall’incidente dell’Airbus Air France precipitato nell’Atlantico, tentando di approfondire ulteriormente l’argomento.

Una scomoda constatazione, consolidata da alcuni tragici eventi, fra cui quello citato, scaturisce quale risultato conclusivo dei convegni al più alto livello di competenza cui ho partecipato negli ultimi tempi: non c’e’ un demiurgo , un tramite fra noi, piloti, e gli avvenimenti.

Siamo soli e solo noi siamo demiurghi per  noi stessi, a mediare fra i fatti, l’ambiente, il contesto altamente tecnologico e gli obiettivi del volo nei vari frangenti.

Non è stata ancora fondata una scuola teorico-filosofica che possa aspirare a dettare le corrette metodologie per l’addestramento, il controllo degli Human Factors, la gestione del rapporto uomo-macchina (specie la “nuova macchina”) nel campo dell’Aviazione Civile ed, in particolare, Commerciale.

Dobbiamo riconoscere di essere in un “Impasse”: possediamo un mare di conoscenze, statistiche, dati, tendenze. Le componiamo, compattiamo, strapazziamo e rimodelliamo a nostro piacimento, forse perché non abbiamo un’idea chiara e definitiva di cosa farne. Da questa massa di numeri ed informazioni non sembra, però, che esca l’idea giusta e convincente, la “strada da seguire”.

Sembra che non siamo in grado di proporre un progetto e forse la soluzione non sta nel trovarlo.

Le uniche proposte vengono da costruttori: ora costruiscono il corso della macchina e progettano il corso insieme alla macchina. Indipendentemente da chi dovrà recepirlo. E’ la macchina il cardine su cui ruota il tutto, non chi dovrà impiegarla.

E’ difficile orientarsi, stabilire cosa fare.

Tecnologicamente, indietro non si torna ( orgoglio ingegneristico?).

Ma gli ingegneri hanno da sempre rinunciato a pilotare aerei.

Credo che, di conseguenza, si siano detti: “assistiamo i piloti in modo cosi’  totale da portarli alla autoesclusione, fino al momento di cui potremo fare a meno di loro” ( ammesso che non coincida con il momento in cui si dovrà fare a meno anche dei passeggeri).

Il prossimo progetto di aereo  militare americano (F35) è l’ultimo che preveda il pilota a bordo. Poi sono previsti solo progetti UAV, aerei senza pilota.

Ma nel frattempo, in questa transizione, cosa dire e dare al pilota? Tecnica o filosofia, buonsenso od esoterismo,  privazione od edonismo, abbruttimento operazionale o capacità di conservare lucidità mentale?

Sembra che il pilota sia un “ addendum” necessario solo dal punto di vista psicologico, e non tecnologico, un’appendice destinata ad atrofizzarsi, anzi, già inutile, ( ma non si può dire ad alta voce per le possibili conseguenze commerciali negative). Non è più conveniente investire nel suo già costoso addestramento. La macchina può fare meglio.

L’industria sforna i suoi gioielli, le sue orgogliose torri di Babele elettroniche, i campanari delle quali davvero rischiano la confusione delle lingue, vittime per nulla complici dell’altrui orgoglio, inseriti, loro malgrado, in un ambiente che non nasconde un elettronico disprezzo verso i suoi inadeguati operatori.

Nuove macchine ci hanno abituati a funzionamenti regolari e logici secondo la logica interna inserita nel sistema.

In avaria ci troviamo da soli con avvisi di avaria non della sorgente, ma del sistema e mediati dai sistemi collegati, trattata e risolta, automaticamente, dalla logica interna.

Se la logica di progetto non contempla quell’avaria secondo le reali modalità con cui si propone, può accadere che l’avaria stessa non sia risolta, o sia addirittura negata.

Malgrado lo stadio avanzato del percorso di sostituzione del pilota con la macchina, sarebbe necessario, proprio in questa delicatissima fase di transizione “finale”, progettare interventi sull’addestramento, senza subire eccessivi condizionamenti da parte di costruttori ed operatori, i cui interessi possono svilupparsi,  per evidenti motivi di interesse commerciale, in modo diametralmente opposto.

Sarebbe necessario uno scatto, un salto filosofico, una ridefinizione della professionalità: bisogna, credo, restare piloti.

Restare, cioè, uomini stupiti ed ingenui, uomini che pensano, ma che, soprattutto, intuiscono e sono ancora in grado di attivare i propri percettori capaci di fornire certezze non dimostrabili, uomini che semplificano, che sciolgono, capaci di meravigliarsi ed intimorirsi, umili e forti, critici e tolleranti, e, soprattutto, in grado di esercitare la propria fondamentale capacità di giudizio.

Ci si propongono non più simulatori simili agli aerei, ma aerei sempre più simili ai simulatori, non piloti di aerei, ma conduttori di simulatore, che, pilotando “veri” aerei, si scontrano, anche drammaticamente, con l’ambiente reale in cui gli aerei sono, comunque, immersi.

L’addestramento dei piloti dovrebbe prendere strade molto diverse, per non dire opposte, a quelle che si stanno sempre più consolidando.

La “de materializzazione” dei principi fisici dell’ambiente circostante, su cui si basa sempre più l’attuale addestramento “O flight time” (fatto tutto al simulatore), è destinato a scontrarsi con la materiale consistenza dell’ambiente reale, con la natura “umana” dei piloti: neve, pioggia, piste, luci, aerei sono riproducibili, ma, una volta riprodotti, non sono quelli veri, sono simulacri, funzioni che vengono, come tali, recepite dai nostri cervelli.

Ciò che funziona in un simulatore, in un aereo ha un altro significato e viceversa: fare l’analogia fra un segnale ricevuto in un simulatore  lo stesso ricevuto in un aereo in volo, può essere deviante, o parziale, od insufficiente a valutare il fenomeno che si sta realmente verificando.

Può anche essere che il segnale sia il risultato di chissà quali elaborazioni delle viscere elettroniche profonde del sistema, e pertanto l’uomo non sia in grado di recepirne il senso, ma che sia “costretto” ad accettarlo per ignoranza o per incapacità culturale, ed a farsi condurre “per delega”, oltre la propria volontà, contro i propri istinti, contro la propria conoscenza, per sua stessa ammissione insufficiente.

E’ questo il primo punto da chiarire ed accettare: la cultura specifica del pilota è ora e sarà in futuro inadeguata alla macchina che conduce.

Se questo e’ l’inizio della transizione dell’aereo senza pilota, va detto chiaro a tutti, passeggeri inclusi.

Altrimenti non si può accettare.

I piloti diventerebbero un inutile e pericoloso  “orpello”, necessario solo ai fini commerciali, ed imposto in modo strisciante ed ambiguo da costruttori ed operatori,ed al quale è inutile fornire un’adeguata cultura.

L’ingegnere ha escluso il pilota dalla vera comprensione del sistema. E’ stato inventato anche un addestramento definito “intuitivo”: gli operatori risparmiano, ma e’ inadeguato per  i piloti.

L’intuizione funziona uomo/uomo, si ottengono, a volte, buoni risultati, ma fra uomo e computer  che intuizione si può avere? Solo razzismo: entrambi possono concludere che l’altro e’ un incapace.

L’attuale strumentazione (glass cockpit) comporta nel pilota una dematerializzazione  delle informazioni base, come quota, velocità, ecc.

Sembra un paradosso: malgrado la maggiore facilità di lettura e concentrazione della visuale, il pilotaggio manuale non è così  facile come si può pensare, perché la macchina non è stata concepita per la condotta “manuale”. Il pilota  è già stato escluso dal progetto.

Per difendersi dai malfunzionamenti di un automatismo, se ne aggiunge un altro di controllo, aumentando la complessità del sistema.

Così  facendo, si aumenta l’esclusione dell’uomo, ed il suo compito, in caso di necessità d’intervento, diventa più delicato.

Vi sono incidenti, anche recenti  (e fra questi è forse inseribile anche quello dell’Air France)  , che indicano la difficoltà di un equipaggio, anche esperto, di affrontare un problema tecnico in un contesto molto automatizzato, dove i confronti ed i ritorni sensoriali diminuiscono progressivamente.

Oltre una certa soglia, questi sistemi non migliorano la sicurezza globale dell’aereo.

Vi sono anche casi in cui tali sistemi hanno fallito l’obiettivo, in quanto, concretamente, assorbono più attenzione di quelli tradizionali.

Le nuove tecnologie richiedono, a mio avviso, solida conoscenza tecnica e grande esperienza.

Serve, pertanto, grande prudenza nella formazione dei piloti e non seguire coloro che vogliono impostarla ( con enorme , evidente risparmio) come quella di operatori di sistemi.

Occorre una formazione classica e tradizionale di elevata qualità ed un incremento della conoscenza tecnica specifica.

L’addestramento, a differenza di quanto avviene e continuerà sempre più ad avvenire, dovrebbe ispessirsi ed approfondirsi: c’è necessità di dettagli, particolari, peculiarità di progettazione e costruzione. E’ necessario sapere come ha pensato il progettista, qual è la sua visione dell’aereo, cosa pensa delle modalità di lavoro ed operative  dei piloti, cosa sa di loro e della loro formazione.

Sarebbe opportuno conoscere le logiche che governano i computers di bordo, come “ragionano”, come sono collegati fra loro, cosa decidono di farci sapere e quello che ci mostrano, che valore ha per loro e quale per noi.

Se ripenso al responsabile di una grande Casa costruttrice che, anni fa, propose e presentò l’addestramento di tipo “intuitivo” , mi corre ancora un brivido per la schiena.

Temo che la sua idea di “passaggio-macchina” (addestramento ad un tipo specifico di aeromobile)consistesse nel mostrare al pilota una foto dell’aereo ed uno schema con qualche quadratino come descrizione dei sistemi.

Forse era in buona fede (tanto la macchina era dotata di ogni automatismo, dal suo punto di vista), ma non si può non si può pensare che il tutto coincidesse con un enorme risparmio di denaro per che avesse acquistato e gestito.

I piloti dovranno magari fare ricorso anche all’intuito per intervenire in situazioni critiche od estreme, ma un inizio di conoscenza basata sull’intuito mi sembra sia un modo troppo comodo e pericoloso  per gestire  la nuova generazione di aeromobili.

I piloti dovranno fare il lavoro di semplificazione  e di ricerca del nocciolo, ma dovrebbero ricevere, nel frattempo, tutta la cultura possibile. Faranno la riduzione all’essenziale se avranno qualcosa da ridurre.

Se sarà loro fornito solo l’essenziale (per di più secondo interessi economici), non avranno in mano nulla.

Non è più possibile ne realistico mettersi dentro un simulatore ed aspettarsi avarie che nella nuova generazione di aeromobili sono annunciate, quindi descritte ed infine risolte automaticamente.

Si assiste e si assisterà all’origine ed al compimento di ipotesi previste e prevedibili, con sequenze note e già codificate, in contesti prevedibili con logiche o causalità pianificate.

Non sono possibili ipotesi di avarie non previste dal sistema, sequenze inedite, contesti originali e non pianificati, logiche “illogiche”

Se gli aerei saranno dei simulatori mentre il mondo resta quello di sempre, come sarà possibile supplire alla dematerializzazione  dei dati, alla perdita delle sensazioni fisiche, all’autoesclusione indotta dalle logiche elettroniche che ci sostituiscono in tutto?

Potrebbe venire a mancare anche quel po’ di partecipazione dovuta all’uso del microfono per comunicare: il “data link” è ormai realtà.

Senza una chiara collocazione, senza una reazione, i piloti si sentiranno necessari solo nelle fasi di rullaggio ed allineamento, dopo di che si faranno trasportare in uno strano sogno di colori soffusi.

Saranno dei passeggeri in più, con un finestrino più grande, testimoni privilegiati di un videogioco suscettibile di scontrarsi con la realtà, anche tragicamente.

A. Radini

ENGLISH VERSION

PROTAGONISTS OR BYSTANDERS  PART 2 Having received a few interesting comments from small group of faithful readers, I would like to take up where I left off in my last article regarding considerations triggered by the accident of the Air France Airbus that plunged into the Atlantic Ocean. Therefore, I will try to address the topic more in depth. An uncomfortable realization, confirmed by several tragic events including the Air France incident, has emerged as the conclusive result of several high profile conferences that I participated in over the past years: there is no demiurge -- an intermediary -- between us, the pilots, and the events. We are alone and only we are our own demiurges, mediating between the facts, the environment, the highly technological context, and the flight objectives in various critical situations. A theoretical-philosophical school has still not been founded that attempts to impose the correct training methods, a control of human factors, and management of the man-machine relationship (especially the “new machine”) in the field of civilian and, in particular, commercial aviation.We must admit that we are at an impasse: we possess a huge amount of knowledge, statistics, data, and trends. We combine and compress them; we scramble and change them to our liking, perhaps because we do not have a clear and definite idea of what to do with them. However, this mass of numbers and information does not seem to provide the right, convincing idea and the “path to follow.”It seems we are unable to propose a project and perhaps the solution does not involve finding one. The only proposals come from aircraft manufacturers: now they set a path for the machine and design the path together with the machine, regardless of the people who must use it. Everything revolves around the machine, not around the people who must use it. It is difficult to know what direction to take and what to do. Technologically, we cannot turn back (engineering pride?).However, engineers have always refused to fly planes. I’ve come to the conclusion that they decided, “Let’s assist pilots so completely that they take themselves out of the picture and we reach a point where we don’t need them anymore” (which may coincide with the moment in which passengers are also unnecessary).The next U.S. military aircraft project (the F35) is the last one with a pilot on-board. After that, there will only be UAV projects without pilots.But in the meantime, during this transition, what should be said and given to the pilot? Technology or philosophy, good sense or esotericism, privation or hedonism, operational downgrading or an ability to preserve one’s mental lucidity? It seems that the pilot is an addendum necessary only from a psychological and not a technological perspective, an appendage that is destined to atrophy or is already useless ( but you cannot say this out loud due to possible negative commercial consequences). It is no longer convenient to invest in his expensive training: the machine does it better. The industry churns out its jewels, its proud electronic towers of Babel, whose bell-ringers truly risk confusing languages, the victims but not the accomplices of other people’s pride. They are inserted, despite themselves, in an environment that does not hide an electronic disdain for its inadequate operators.New machines have accustomed us to regular and logical functioning based on an internal logic inserted in the system.When there is a breakdown, we find ourselves alone with failure warnings, not of the originating cause but of the system mediated by connected systems, addressed and solved automatically by the internal computer.If the engineering project does not contemplate that breakdown based on the real situations in which they occur, that failure may not be solved or it may even be ignored. Despite the advanced study of the path to replace the pilot with the machine, precisely in this delicate “final” transitional phase, it would be necessary to plan special training courses that would not be subject to excessive conditioning by constructors and airlines, whose special interests might develop in a diametrically opposite direction due to evident commercial motives.We would have to react and take a philosophical leap to redefine the profession: I believe we must remain what we are – pilots.Meaning, we must preserve our awe and ideals. We must think but, above all, we must be intuitive and still be able to trigger our perceiving senses able to supply indemonstrable certainties. We must simplify and solve things. We must be able to marvel and be afraid, humble and strong, critical and tolerant, and, above all, able to exercise our fundamental capacity to make decisions.   They do not give us simulators resembling airplanes, but airplanes that are more like simulators. They do not want airline pilots, but simulator pilots who, when they are piloting “real” planes, end up struggling, even dramatically, with the real environment in which airplanes fly.

Pilot training should be taking completely different paths than the ones it is currently following and consolidating. Dematerialization of the laws of physics for the surrounding environment, on which current “0 flight time” training is increasingly based (training only with the flight simulator), is destined to clash with the substantiality of the real world and with the “human” nature of the pilots. Snow, rain, runways, lights, and airplanes can be reproduced, but once they are reproduced, they are not real: they are fake mock-ups perceived as such by our brains.

What works in a simulator has another meaning in a plane and vice versa: comparing a signal received in a simulator with the same one received in a plane in flight can be misleading, partial, or insufficient for evaluating the phenomenon that one is actually checking.

Perhaps the signal is the result of some sort of process deep within the electronic bowels of the system, which the pilot may not understand but is “forced” to accept, due to lack of knowledge or intellectual incapacity. As a result, he will be guided “by proxy”, against his will, his instincts and his knowledge that is, by his own admission, inadequate. And this is the first point that needs to be clarified and accepted: now (and in the future) the pilot does not have enough specific knowledge about the plane he is flying.

If this is the beginning of the transition to the pilotless plane, everyone – passengers included – must be clearly informed. Otherwise, it is unacceptable. Pilots would become a useless and dangerous “ornament”, only necessary for commercial ends and slyly and ambiguously imposed by airplane manufacturers and airlines. Providing them with adequate training would therefore be useless.

The engineer has kept the pilot from truly understanding the system. Something called “intuitive” training has even been invented: airlines save money, but it is inadequate for pilots. Intuition works between humans and sometimes gets good results. But what intuition can there be between humans and computers? There would only be bias: each would come to the conclusion that the other was incompetent. 

Current instruments (the glass cockpit) make the pilot dematerialize basic information such as altitude, speed, etc. Paradoxically, even though it is easier to interpret and focus on what you see, manual piloting is not as easy as one might think, because the plane was not designed for manual piloting. The pilot has already been excluded from the project.

To protect against the malfunctioning of an automated process, another automated process is added as a control, which makes the system even more complex.

This further excludes the pilot, and if he is called upon to intervene, the task at hand becomes even more critical. There have been accidents, even recent ones (the Air France disaster may be one of them), indicating the crew’s difficulty (even an expert crew) in handling a technical problem in an extremely automated environment, where sensorial input and feedback gradually diminish. Beyond a certain threshold, these systems do not improve the plane’s overall safety.

There have also been cases in which these systems failed their objective because they actually require more attention than traditional systems.

I believe that new technologies require a solid technical background and extensive experience.  Therefore, pilot training must be thorough and should not be determined by those who want to turn pilots into system operators (which would save quite a lot of money).

Pilots need classic, traditional, high-quality training, and they must gain more specific technical expertise.

Unlike the current system (which is destined to continue and increase), training should be more in-depth and extensive: there is a need to learn more about the details, particulars, and peculiarities of plane engineering and construction. Pilots need to know what the engineer was thinking and how he envisions the plane, what he thinks of the pilot’s job and work method, and what he knows about them and their training.

It would be wise to study the logical processes running the on-board computers, how they “think”, how the systems are connected, what they decide to let us know and what they show us, and what it means to them and to us.

When I recall the manager of a major aircraft manufacturer who proposed and presented “intuitive” training years ago, I still shudder at the thought.

I’m sorry to say that his “plane-passage” concept (training for a specific type of aircraft) consisted in showing the pilot a picture of the plane and providing a chart with a few squares describing systems. Perhaps he was in good faith (because the plane was supplied, in his opinion, with every type of automation imaginable), but I can’t help but think that all this coincided with huge savings for the company that would have bought and managed this system.

Pilots may have to resort to using their intuition and instincts during critical or extreme situations, but knowledge based on intuition seems much too convenient and dangerous for handling the latest generation of airplanes.

Pilots will have to learn to simplify complex notions and to understand their essence, but in the meantime, they must learn as much as possible. They will get down to the basics if there is something that needs to be condensed. But if they are only provided with the basics (mainly for economic reasons), they will be left empty-handed.

It is no longer possible or realistic to sit inside a flight simulator and wait for breakdowns and malfunctions that are announced, described, and solved automatically in the latest generation of airplanes. Now pilots observe (and will continue to observe in the future) the start and conclusion of expected and predictable hypothetical situations with known and codified sequences in predictable contexts, according to planned logic or random episodes.

Hypothetical malfunctions not foreseen by the system, new and unusual sequences, original and unplanned contexts, and “illogical” logic are impossible.

If planes become flight simulators while the rest of the world remains as is, how can we compensate for dematerialized data, a loss of physical sensations, and self-exclusion induced by electronic computers that completely replace us? 

Even minimum use of the microphone for communicating data may disappear: in fact, we already have data links. 

Without a clear collocation or reaction, pilots will feel necessary only during the taxiing and alignment phases, after which they will be carried away to a strange dream world with soft colors. They will be extra passengers with a larger window, the privileged observers of a videogame that may clash with reality, with tragic results.

Arturo Radini

   

RISPOSTE

Autore Data
Mr. Jim Burin 29/03/2010
Arturo,
una breve risposta per dirti che ho gradito l´articolo che mi hai consegnato a Lisbona. Gli argomenti che riguardano tecnologia, addestramento piloti e aerei senza piloti sono quelli di cui si tratta spesso. Come tu sai bene, non è una questione se abbiamo la tecnologia per far volare aerei senza pilota, perchè questa è già disponibile. Il grosso ostacolo è solamente psicologico: fare in modo che il pubblico accetti ciò
Salirebbe la gente su un aereo senza pilota (o con solo un pilota con compiti di supervisione)?
Penso che la risposta oggi sarebbe facilmente NO.
Il punto di partenza logico sarebbe nell´impiego su aerei cargo, e discussioni su questo sono già in corso da tempo.
Cordiali saluti
Jim

Arturo,
Just a note to say I enjoyed the paper you gave me in Lisbon. The topics of technology, pilot training, and pilotless aircraft are ones that come up often. As you well know, it is not a matter of if we have the technology to have pilotless aircraft today - we do. The big hurdle now is really psychology- having the public accept them. Would people get on an aircraft with no pilot (or one pilot who just “monitors” the aircraft)? I think the answer to that today is easily NO. The logical start point is in cargo aircraft, and discussions of that possibility are already underway.
Thanks again for the article. It was quite interesting.
Best regards,
Jim

Breve nota biografica

James BURIN
Flight Safety Foundation, USA
Jim Burin ha 42 anni di esperienza in campo aeronautico e 34 anni di esperienza in fatto di sicurezza del volo. Ha una laurea dell´Università di Dartmouth, con un Master in Scienza dell´ Analisi dei Sistemi conseguito alla Naval Postgraduate School.
La sua opera nel campo della sicurezza include il Controlled Flight Into Terrain (CFIT), Human Factors (HF), organizzazione dei programmi di sicurezza, investigazione su incidenti, operazioni, amministrazione, educazione ed influenza dell´ organizzazione e del comando in fatto di sicurezza.
E´ un Capitano della US Navy in pensione, nei suoi 30 anni di servizio ha comandato un Attack Squadron ed un Air Wing imbarcato su portaerei.
Prima del suo ingresso in Flight Safety Foundation è stato Direttore della Scuola di Sicurezza Aeronautica a Monterey, California.
Come Direttore dei Programmi Tecnici in FSF i suoi compiti includono l´ organizzazione e la supervisione dei comitati di sicurezza e la gestione delle conferenze e ricerche in campo di sicurezza.
E´ stato frequentemente relatore in conferenze, seminari e laboratori sulla sicurezza in ogni parte del mondo.
MAURO SCHIRO 11/03/2010
Steve Chealander, membro del NTSB (National Transportation Safety Board) dal 2007 al 2009, è un comandante di American Airlines in pensione.

Al termine di una presentazione in un corso di addestramento riguardante la sicurezza, circa due anni fa, uno del pubblico gli chiese scherzosamente quanto tempo bisognasse attendere per vedere aerei commerciali condotti da un solo pilota.
Chealander non trovò l´argomento divertente. La sua risposta fu che Fed Ex e UPS (vettori cargo) stavano già (due anni fa) studiando le procedure per consentire che voli di lungo raggio fossero condotti da un singolo pilota, anche sorvolando oceani.
Il pilota sarebbe stato ai comandi solamente nelle fasi di decollo e atterraggio, invece la condotta del volo in crociera sarebbe stata affidata ad un operatore a terra, mentre il pilota avrebbe potuto ritirarsi nel posto di riposo.
L´ applicazione di questo concetto ai voli passeggeri avrebbe richiesto, secondo lui, un tempo un po´ più lungo per ottenere l´approvazione.

Durante un´altra conferenza ad alto livello, tenuta 12 anni fa, il direttore operazioni volo dell´ Alaska Air Guard assistette ad una presentazione da parte di un alto ufficiale che, praticamente, confermava lo stesso progetto in ambito militare.
L´unica limitazione, su aerei da combattimento, era costituita dal pilota.
Gli sviluppi tecnologici permetterebbero di controllare i velivoli da terra, con un enorme risparmio dei costi:
nessuna struttura di ricerca e soccorso, nessun equipaggiamento di sopravvivenza e minori conseguenze in caso di perdita di velivoli.

Quindi tutto si riduce, ancora una volta, ad una questione di soldi.

Il comandante Chealander quindi riferiva di aver assistito ad una conferenza sulla Sicurezza Volo tenuta dal maggiore USAF Bill Koukourikas, nel passato Test Pilot a Edwards AFB, ora in pensione ma tuttora impiegato come consulente civile nello stesso sito.
Nel corso della presentazione il relatore affermò che nessuno dei futuri aerei da combattimento dei prossimi 15 anni avrebbe avuto un pilota a bordo. L´ultimo caccia tattico con pilota a bordo sarebbe stato l´ F-35.
Rivelò anche indicazioni che facevano presupporre che, entro i prossimi 10 anni circa, tutti gli aerei cargo di UPS e Fed Ex sarebbero stati senza alcun pilota a bordo. Questa previsione derivava direttamente dai test condotti presso la loro base.

Tutti gli esperimenti sui velivoli senza pilota ed i successivi sviluppi hanno luogo nell´area di Palmdale, appena a sud di Edwards AFB. Sembra quasi una continuazione delle sperimentazioni di Lockheed, che con Skunk Work operava nella stessa area. Il fatto è sicuramente sorprendente.

Come piloti, l´interrogativo che si pone è questo: siamo una razza in via di estinzione?


Una breve biografia del Com. Steven CHEALANDER dal sito dell´NTSB (National Transportation Safety Board) l´Ente governativo USA che sovrintende alla sicurezza dei trasporti, di cui è stato Membro con nomina presidenziale dal 2007 al 2009.

Precedentemente era Comandante presso American Airlines dove ha ricoperto incarichi di Flight Safety Manager, Investigatore, Responsabile Efficienza Operazioni Volo e Capo Pilota, volando su F-100, MD-80, B-737 e DC-10.

Per 27 anni ha servito nell´ USAF (1964-1991) partecipando ad operazioni in Vietnam su F-4 come pilota ed Istruttore.
Dopo l´impiego su F-5 nell´ Aggressor Squadron, fu selezionato come pilota della Pattuglia Acrobatica dell´USAF, i Thunderbirds con i quali volò dal 1981 al 1985. Fu quindi scelto dal Presidente Ronald Reagan come Aiutante, con la responsabilità della custodia della "football", la valigetta contenente i codici di lancio nucleari che seguiva sempre il Presidente americano nei suoi spostamenti.

Gli incarichi successivi lo vedono Comandante di uno squadron di F-5 sulla base di Williams, e poi di F-16 a Luke, sempre in Arizona. Si è congedato dall´ USAF nel 1991 con il grado di Ten.Colonnello.
E´ laureato in Business Administration presso University of Southern California, e si è diplomato all´Università dello Utah. E´ sposato ed ha due figlie.
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